Bellinzona chiama Lugano: «Eccoti i soldi per il “nostro” museo»

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Bellinzona chiama Lugano: «Eccoti i soldi per il “nostro” museo»
Cinque milioni di franchi, a rata unica, in cambio di uno spazio di 800 metri quadrati all’interno della struttura che sta sorgendo al posto dell’ex-“Palace”. Tanto, poco? Cifra equa, dicono a Palazzo delle Orsoline, per l’utilizzo a lungo termine: 25 anni…

In pratica è come se Palazzo delle Orsoline pagasse un affitto, canone annuo pari a 200'000 franchi non soggetti al rincaro, contratto di lunghissima durata ossia un quarto di secolo. E per che cosa? Per utilizzare spazi espositivi, indicativamente sugli 800 metri quadrati, in una sede senza dubbio interessante ma che sarà anche da riempirsi di contenuti, una volta portato a termine l’involucro; e questo è un problema non dappoco. Unica condizione su cui parte e controparte sono già d’accordo: pagamento sul “pronti”, cioè cinque milioni di franchi in uscita dalle casse pubbliche e dirette verso altre casse pubbliche, quelle del Municipio di Lugano, con lo scopo di prendere in carico e di gestire in modo autonomo eventi e manifestazioni all’interno del futuro “Lac” sul sedime ex-“Palace”.

Su questa falsariga procede il messaggio, licenziato oggi dai membri dell’Esecutivo cantonale, riguardante una convenzione senza dubbio interessante: qualcuno infatti vende a scatola chiusa quel che non è ancora compiuto, un po’ come fanno i costruttori di villette e di villaggi residenziali nei borghi alpini della Bergamasca, e l’altro acquista parimenti a scatola chiusa - meglio: sulla base del progetto illustrato - garantendosi una vetrina da qui al 2035 ed oltre. Bellinzona, in verità, porta a casa assai di più: il diritto di rinegoziare l’accordo tra una generazione, ad esempio, e l’autonomia nelle scelte culturali, vale a dire il pieno diritto di inserire in quel “Lac” ciò che più ad essa aggradi. Al prezzo di cinque milioni di franchi anticipati, ci può stare, tanto più che i costi legati alla gestione ed alla manutenzione degli spazi rimangono a carico del Municipio di Lugano; distinta invece la cassa per quanto concerne finanziamento, coordinamento e promozione delle attività espositive in carico al Cantone.

Non si sbilancia più di quel tanto Gabriele Gendotti, direttore del Dipartimento cantonale educazione-cultura-sport, secondo il quale “la convenzione è stata stipulata nel rispetto delle identità dei rispettivi musei, in particolare per quanto riguarda la missione istituzionale affidata al “Museo cantonale d’arte”, missione che si riassume nella conservazione, nella valorizzazione e nell’incremento del patrimonio artistico del Paese, unitamente alla diffusione della cultura artistica attraverso le attività espositive e di mediazione culturale”. Va bene, onorevole; ma a sensazione ci state guadagnando… Così la replica: “Siamo persuasi dei vantaggi che la nuova convenzione comporterà nella promozione della politica culturale del Cantone, in particolare perché con essa si avviano e si realizzano soluzioni integrate tra la Città di Lugano ed il Cantone, ed eventualmente i privati, nel sostegno e nello sviluppo dell’offerta culturale regionale d’importanza cantonale, in particolare di quella espositiva dell’arte visiva”. Beneficio per lo spirito, d’accordo una volta ancora; e per quanto riguarda i denari? “Senza dubbio si tratta di una soluzione economicamente sostenibile per una parte dei problemi logistici del “Museo cantonale d’arte”; non trascuriamo poi il fatto che il nostro diventa un sostegno indiretto alla vocazione turistica di breve o lunga durata della regione e del Cantone, e dunque all’economia ticinese, così come di un modello di funzionamento anche in altri campi”. Capita l’antifona?

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